Henrycheto.
Henry, cheto.
Henry sono io, su questo non ci piove. Con la h e la y, vorrei sottolineare.
Cheto? Cheto un cazzo.
E allora si fotta la virgola: Henrycheto, ecco chi sono.
Il piccolo Henry, così come lo scriverebbe il bimbetto dispettoso che non ho mai smesso di essere.
Ho scritto "piccolo"? E allora si fotta anche la H maiuscola.
henrycheto.
Ecco, così ci siamo. Possiamo incominciare.
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11 ottobre 2007. Un mese esatto dall'ultima volta in cui ho scritto.
Ciò che avevo scritto sta proprio qua sotto. Pesante come un macigno, soprattutto perché non ho fatto assolutamente nulla di ciò che mi proponevo di fare.
Il mio livello di saturazione, se possibile, è stato ulteriormente varcato. Troppi sono i tasselli fuori posto. Troppi i fantasmi che mi sono illuso di avere cacciato e che invece continuano ad infestarmi. Troppe le palle che mi sono raccontato. Troppe le ragioni per averne piene le palle.
Adesso è ora di rimboccarsi seriamente le maniche, e prendere in mano questa vita che si sta trasformando nell'ombra di se stessa.
Ok, vediamo di prendere in mano la situazione. Beh, magari non proprio tutta, vista l'entità di cose che andrebbero sistemate.
Ci vuole un piano d'azione ragionevolmente applicabile.
Eccolo: da lunedì prossimo riprenderò la dieta in maniera rigorosa e farò in modo di dedicare una porzione di tempo variabile (almeno un'oretta) al giorno alla stesura del mio romanzo.
Il resto, per il momento, può attendere. Vediamo intanto se riesco a prendere il ritmo con questi due obiettivi.
Per ora è tutto.
Anzi, no. Di seguito aggiungo il resto delle cose che dovrei fatte. Tutte tranne una, la più ovvia, per certi versi:
-risistemare il parquet di casa mia;
-imparare a usare Fruity Loops e comporre e incidere musica;
-iscrivermi in palestra;
-andare in palestra;
-cambiare il divano di casa mia facendone fare lo smaltimento;
-far dare il bianco a casa mia;
-coltivare rapporti di amicizia solo con persone che diano un senso al loro status amicale;
-amare;
-leggere di meno riviste stronze, o meglio leggerle in maniera più ragionata (alla milanese, mi verrebbe da dire, anche se probabilmente l'unico milanese - peraltro d'adozione - che applica tale metodo sono io), focalizzando in brevissimo tempo ciò che può stimolare il mio interesse a scapito del resto, da bypassare in toto. In tal modo il tempo impiegato per le riviste stronze si riduce drasticamente;
-leggere di più i romanzi che accatasto da anni, forte del tempo risparmiato con le riviste (sì, proprio quelle, le stronze);
-applicarmi nella raccolta e nella selezione di materiale di alto livello per l'edizione del decennale di Melanchristmas;
-dedicarmi alla fotografia con la mia nuova digitale ad alto pixelaggio;
-riisparmiare.
Bene. Mi sento già molto meglio. Soprattutto perché dietro a questa catasta di buoni propositi c'è la libertà di non fare un cazzo che mi sono riservato fino alle 23.59 di domenica sera.
Per comprendere lo stato psichico della protagonista di ciò che segue, cercate di immaginare la lucidità che potrebbe rimanervi dopo 4 mesi di full immersion su un progetto di comunicazione internazionale che comporta un rework quotidiano su inezie che un comune mortale non noterebbe nemmeno con un indicatore puntato.
Fatto?
Bene. Adesso sappiate che la protagonista di cui sopra (e sotto) è la mia partner. Vi rimando ai post “Mouse Problems” e “La vita è fatta a scale” per completare il quadro psicologico di questa eroina della Brianza.
Un giorno di giugno l’ennesima account sul progetto entra nella nostra stanza verso le 11 di mattina (ed è la ventisettesima visita che riceviamo) per comunicarci che “il cliente è molto contento.”
Per i profani dell’advertising, la parafrasi di una frase come “il cliente è contento” potrebbe essere “c’è da rilavorare di brutto”. Se poi “il cliente è MOLTO contento”, significa che con buona probabilità “c’è da rifare tutto”.
Mentre la povera Clarissa, con un’espressione sul volto simile a un marmo carrarese (piatta, completamente priva di emozioni, per non dire totalmente annientata), prende atto delle ore notturne che dovrà immolare alla causa, il suono di un campanellino spezza timidamente il silenzio.
Con un gesto meccanico almeno quanto grattarsi per un prurito o cagare se ci scappa da cagare, Clarissa allunga la mano verso la cornetta del telefono, rispondendo: “Sì, pronto?”
Gelo. Io e l’account ci guardiamo. Non siamo sicuri di avere voglia di dirglielo.
Clarissa, la cornetta ancora pressata all’orecchio, sbotta: “Che cazzo chiamano se poi non parlano!?!”
Mi scappa una risata, che nascondo dietro il monitor del mio computer perché so bene che potrebbe costarmi la recisione della giugulare.
L’account, invece, con un cenno del capo indica a Clarissa il computer, sperando che capisca. Invano.
Clarissa, riagganciando nervosamente la cornetta (leggi: fracassandola sulla base del telefono), si stizzisce: “Cazzo c’è?”
Dobbiamo dirglielo.
L’account non ha alternative e, con tono sommesso, le spiega: “Era l’avviso che hai ricevuto una mail… non era il telefono…”
Il marmo carrarese si frantuma, come investito da una scossa tellurica. “Sono stanca, ok? Sono stanca.” Queste le uniche parole che riesce a pronunciare.
Quanto a me, non riesco ad esimermi dal togliermi un’ultima, piccola, sadica soddisfazione: con la stessa perizia di un chirurgo che sta facendo un trapianto di cuore, sollevo nel silenzio più assoluto la cornetta del mio telefono e compongo il suo numero diretto. Le lascio giusto il tempo di replicare il “Sì, pronto?” e riaggancio.
Ciò che segue è una riga di insulti che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Sono tutti per me anche se questo, con buona pace della mia giugulare, Clarissa non lo saprà mai.
Milano è pazzesca. Mi fa un effetto stranissimo: questa è la prima sera post-lavorativa dal rientro dalle ferie, e sono in preda a un'ipercinesi totalmente assurda che fino a tre giorni fa era del tutto impensabile.
Ogni due secondi penso che dovrei/potrei fare qualcosa di nuovo e diverso, e nel frattempo non sono andato oltre cena e doccia. E dire che per ora ho elaborato le seguenti possibilità:
cucire;
fare due lavatrici;
guardare due film;
chattare su Messenger;
iniziare il mio romanzo;
chiamare qualcuno e uscire;
trovare il management di Sia e scrivere chiedendo di farla venire in tour in Italia;
approfondire in rete la ex tossicodipendenza di Isabella Ferrari.
Niente, non c'è verso.
Bene, vorrà dire che andrò a cagare. Di solito la tazza porta consiglio.
La canzone del giorno è "Day too soon", ennesima perla di Sia, che presumibilmente dovrebbe uscire a breve sul mercato col nuovo album "Some people have real problems", da cui "Day too soon" è tratta.
Se vi state chiedendo come faccio ad avere già l'album, sappiate che la risposta non è eMule. Per una volta è arrivato prima Rapidshare, per cui se il disco vi interessa (è molto, molto bello, ve lo garantisco) potete scaricarlo gratuitamente da lì, e magari poi acquistarlo all'uscita sul mercato per supportare l'artista e il suo operato.
Non riesco a ricordare un anno in cui mi sia pesato di più tornare alla quotidianità. Forse perché non sono così soddisfatto della mia quotidianità, o più precisamente di una parte di essa.
Cosa porterò con me di queste vacanze?
Il piacere di avere dimenticato completamente, per almeno 20 giorni, il lavoro.
Intense e in parte amare riflessioni sull’amicizia in senso assoluto e sui miei amici in modo specifico.
Un tot di materiale da ripescare per eventuali seghe in tempi di magra.
La meravigliosa giornata alle Caravelle con Marco e Fabione.
Il bagno notturno a Varazze con onde pazzesche.
I seguenti album: “Funambola” di Patrizia Laquidara, “Back to black” di Amy Winehouse, “Dive deep” dei Morcheeba e “Lady Croissant” di Sia, oltre alle canzoni “Bruci la città” di Irene Grandi (che spero vinca il Festivalbar alla faccia dei Negramaro, ultimamente un po’ montatelli per i miei gusti) e “In my arms” di Kylie (che mi auguro la preferisca alla tanto sbandierata “Victims” come primo singolo per il suo nuovo album “Kylie X”).
Tutte le tipologie di focacce e prelibatezze liguri che ho ingurgitato fottendomene alla grande della dieta.
Lo splendido concerto di Patrizia Laquidara al Palasharp, appena tornato a Milano.
È tutto, mi pare.
E che dire dell’anno nuovo? Quali sono i miei progetti?
Scrivere un romanzo.
Riprendere la dieta.
Iscrivermi in palestra.
Andare in palestra.
Imparare a usare Fruity Loops.
Fare musica.
Aprire il mio Myspace.
Ne realizzerò qualcuno? Vi terrò al corrente.
* Per me gli anni iniziano a settembre e finiscono il giorno prima delle ferie estive. Le estati sono una specie di dimensione parallela fuori dal tempo.
L'ho desiderato moltissimo eppure, come ogni volta in cui devo affrontare un cambiamento, non sono pronto a uno stacco brusco dalla routine. Oggi resterò qui. Andrò al fiume come se fosse un weekend qualsiasi e mi lascerò rosolare dal sole. Poi tornerò a casa e capirò se intendo partire stasera, stanotte o domattina. L'ipotesi più plausibile mi sembra quella di preparare i bagagli, dara un'ultima sistemata alla casa, uscire stasera coi pochi amici ancora in città e partire stanotte, mettendo poi 3 o 4 sveglie per costringermi ad alzarmi domattina presto e andare al mare.
Mi pare non ci sia altro. Solo questo mio assurdo mental breakdown. Ma passerà, domani passserà.
Quindi auguro a tutti coloro che mi leggono abitualmente una splendida estate (lo so, siamo già a metà estate, ma in qualche modo per me inizia oggi) e, salvo sporadiche incursioni che non sono in grado di prevedere, ci ritroviamo a settembre.
Una o due notti fa, sopraffatto dall'urgenza di scrivere un sacco di cose, non avevo scritto nulla.
Adesso, in questa mattinata di agosto che climaticamente potrebbe essere di metà ottobre, sono pronto. Anche perché in qualche modo dovrò pur far passare il tempo, visto che da 6 giorni vengo in ufficio a non fare nulla salvo grattarmi le palle.
Volendo passare in rassegna le amicizie più importanti della mia vita, come non iniziare da colui che è stato probabilmente l'amico più importante e cruciale di sempre?
Io e Stephen ci siamo conosciuti al Brallo, uno dei centri del CONI dove, tra i 9 e i 16 anni circa, si trascorrono splendide vacanze estive a base di tennis e altri sport. Era il mio secondo anno lì. Per Stephen, se non ricordo male, il primo.
I dettagli del nostro incontro mi sfuggono, ma so che nel giro di pochi giorni è diventato l'amico assoluto, definitivo, insostituibile, anche perché è entrato nella mia vita negli anni della formazione, quelli più cruciali, per certi versi.
Ai tempi, nonostante la giovanissima età, io ero già molto esuberante e sicuro di me, con una forte inclinazione alla leadership. Andavo d'accordo con tutti e le mie stravaganze erano oggetto di una sorta di venerazione da parte dei compagni di turno (i turni erano i blocchi bisettimanali di permanenza nel centro). Stephen era un ragazzino molto più insicuro, ma da subito ho avvertito in lui un'incredibile vocazione alla libertà e una grande curiosità verso il circostante, in tutte le sue manifestazioni. Stava solo cercando, forse inconsciamente, qualcuno che non lo facesse sentire solo nella scoperta del proprio potenziale. E in questo senso io ero perfetto.
Avevamo gli stessi gusti musicali e letterari, e quando uno scopriva qualcosa di nuovo, l'altro era il primo a saperlo.
Ai tempi io vivevo a Genova e Stephen a Milano, ma siamo sempre riusciti a vederci... senza contare che per almeno 4 anni ci siamo scritti una lettera a testa (sì, di quelle cartacee) a settimana: lettere che diventavano tele sulle quali esprimere la nostra creatività. Non so che darei per rivedere una di quelle buste e percepire con precisione il tempo trascorso ad arricchirla graficamente.
Fortunatamente certi dettagli sono indelebilmente impressi nella memoria.
Negli anni l'amicizia con Stephen è cresciuta e si è evoluta insieme a noi. Abbiamo condiviso tutto: vestiti, spazzolino da denti, giacigli di fortuna. Abbiamo girato mezzo mondo, vivendo situazioni incredibili.
Ripensarci mi fa accapponare la pelle, soprattutto perché non avrei mai immaginato che l'incantesimo si sarebbe potuto spezzare. E invece...
Nella seconda metà degli anni '90 le nostre esperienze indipendenti hanno iniziato a percorrere strade sempre più lontane, facendo sì che i nostri incontri non solo si diradassero drasticamente, ma risentissero di una serie di divergenze di fondo che si andavano cementando. Non ci siamo mai giudicati, io e Stephen, ma è evidente che i nostri stili di vita non ci andavano poi così reciprocamente a genio. In questo senso, mi duole ammetterlo, forse il più interdetto per le sortite dell'altro sono stato io.
Ecco quindi che le telefonate hanno iniziato a diradarsi, gli incontri non ne parliamo, e paradossalmente da quando sono venuto a vivere a Milano la nostra frequentazione, da sporadica, è diventata inesistente. Il mio ultimo contatto con Stephen, dopo un tentativo apparentemente felice di riallacciamento nella primavera del 2006, è stato uno scambio di sms alla fine dell'estate scorsa. Poi, il nulla.
Secondo il sito mappy.it io e Stephen abitiamo a meno di 2 chilometri di distanza, ma si direbbe che il nostro avvicinamento geografico sia stato inversamente proporzionale a quello psicologico.
Avrei voglia di sentirlo. Molta. Sono pressoché certo che un giorno uno dei due si farà vivo e ci rivedremo. Sono cambiate tante cose; probabilmente nulla potrà più tornare come prima, ma di fatto non c'è mai stata una vera rottura tra noi, e sono certo che il bene che ci vogliamo sia assolutamente intatto.
Il fatto che nel post precedente abbia detto di essere uscito vittorioso dal mio scontro col template alle 4.18 vi sarà probabilmente parso surreale, risultando tale post pubblicato alle 3.21.
Non lo è. Né io sto sbarellando.
Semplicemente, non avevo mai settato correttamente il fuso orario.